Interviste

Diana del Franco e la continua ricerca del sé. Un progetto che forse durerà tutta la vita

Per Diana del Franco nella ricerca di se stessi spesso ci si perde, ci si aliena, fino ad arrivare al punto di non riconoscersi più. Durante il secondo lockdown, trovandosi sola in casa, per mettere dei punti fissi all’interno di questa ricerca, ha usato i materiali che aveva a disposizione per giocare con la sua immagine, iniziando così un progetto che forse durerà tutta la vita.

A del Franco piace fondere stili e linguaggi multimediali, e prendere spunto da vari ambiti, anche molto distanti fra loro, con cui raccontare un’identità inafferrabile e in continua evoluzione. 

Diana del Franco esporrà il suo progetto fotografico presso Sala Nicolini, nel quartiere di Biumo inferiore. Dall’incontro con l’autrice ne è nata una bellissima riflessione sull’identità tra citazioni di Walt Withman e  Lao-Tze. 

Come nascono i tuoi progetti fotografici, qual è il processo?

I miei progetti nascono innanzitutto da una necessità di comunicazione, e, di solito, al concetto segue la forma in base a ciò che voglio comunicare.

Quando si tratta di progetti di ricerca personale non ho un approccio sistematico e il processo varia di volta in volta. Inoltre per me il mezzo espressivo non deve essere un limite. Mi piace usare vari supporti fotografici, fondere gli stili e talvolta creare un dialogo multimediale.

Quali sono le tue fonti di ispirazione? 

Per me l’ispirazione è un pulviscolo intravisto in controluce mentre bacia e squarcia l’aria. È qualcosa che si presenta improvvisamente lungo il cammino e stravolge o accompagna la tua visione del mondo.

Un discorso, un dettaglio di un quadro, una passeggiata, un passo di un libro, un film, molto spesso un sogno.
Insomma per le mie references prendo ispirazione da vari ambiti, talvolta realtà apparentemente anche molto distanti tra loro, ed elencarle tutte risulterebbe forse solo noioso.

Dovendone scegliere due fotografiche legate a questo progetto citerei senza dubbio Claude Cahun e Mark Borthwick.

.

Diana del Franco
Che cos’è per te l’identità?

In una realtà che ritengo profondamente soggetta a relativismo gnoseologico, ossia alla relatività della conoscenza, io dubito. Ma per me il dubbio resta sempre un dubbio metodico, di stampo Cartesiano, e mai scettico.

E talvolta il pensiero può essere contraddittorio. Walt Withman diceva: “Forse mi contraddico? Benissimo, allora vuol dire che mi contraddico! Sono vasto, contengo moltitudini”.

Per me l’identità è qualcosa di inafferrabile, è un magma in continuo lavoro, è qualcosa di morbido. Riportando un’altra fonte di ispirazione, ossia Stalker di Tarkovskij, c’è un passo in cui viene citato Lao-Tze: “La debolezza è sublime, la forza spregevole. Quando un uomo nasce è debole ed elastico. Quando muore è forte e rigido. Quando un albero cresce è flessibile e tenero; quando diviene secco e duro esso muore. La durezza e la forza sono compagne della morte. La flessibilità e la debolezza esprimono la freschezza della vita. Perciò chi è indurito non vincerà.”

Sta nella potenza come nell’atto. Sta nelle parole pensate come in quelle pronunciate. È nel dramma delle scelte, come nell’ineluttabile, nel destino, ciò che i greci definivano Tyche.

Insomma a mio parere chi dice di avere chiaro ciò che è, in realtà è qualcuno che si sta vendendo. E purtroppo al giorno d’oggi, anche per dinamiche legate ai nuovi mezzi di comunicazione e ai social, c’è sempre di più il rischio di finire in meccanismi che compromettono la spontaneità a favore di qualcosa di artificioso e incasellato tipico del linguaggio pubblicitario.

E come il mezzo fotografico può raccontarla?

Per me il mezzo fotografico è una componente fondamentale all’interno di un discorso di ricerca d’identità.

Innanzitutto perché è l’unico mezzo che, escludendo interventi di manipolazione dell’immagine, permette di raccontare qualcosa di oggettivo pur mantenendo la soggettività. Una soggettività estremamente intima, perché legata direttamente al pensiero, il quale, come sosteneva già Aristotele, funziona proprio per immagini.

In secondo luogo la fotografia, nello specifico il ritratto fotografico, possiede a
mio parere due caratteristiche estremamente affascinanti, quali l’entelechia, ossia una realtà che ha inscritta in sé stessa in ogni fase della sua esistenza già la sua meta finale, e la possibilità di rendere concretamente visibile il concetto di relativismo gnoseologico.

In “20201114: open letter to myself”, progetto che forse se non avessi cominciato un anno fa un percorso con una terapeuta non avrei mai iniziato, mi sono concessa la possibilità, all’interno di questa continua ricerca del sé, di esprimere il mio punto di vista su me stessa, indagando, fissando e rielaborando parti della mia storia e della mia immagine.

Drag View