Grazia Bivona è nata nel 1999 a Catania, dove ha conseguito il Diploma di Primo Livello in Fotografia presso l’Accademia di Belle Arti. Attualmente frequenta il biennio presso l’Accademia di Belle Arti di Brera a Milano. La sua fotografia mira ad essere un linguaggio universale che le consente di esprimere le emozioni umane più profonde, quelle che spesso sfuggono alle parole. Le sue opere sono il risultato di un percorso artistico che vuole coinvolgere il fruitore in un viaggio emotivo e contemplativo. Con ogni scatto, cerca di creare connessioni profonde, rendendo il fruitore parte integrante dell’opera stessa e stimolandolo a esplorare nuove prospettive.
Sotto la pelle (2024)
Sotto la pelle è un progetto nato dall’urgenza di dar voce ai disturbi del comportamento alimentare, realtà dolorose e complesse che troppo spesso vengono ridotte ad un luogo comune: il desiderio superficiale di voler essere soltanto più magri. In verità ciò che avviene è una metamorfosi profonda e crudele che subisce, lacera e abita il corpo ma, ancor prima, l’anima.
Il disturbo diventa una gabbia che trasforma ogni gesto quotidiano in lotta: il cibo in nemico, lo specchio in giudice, il corpo in prigione. Dietro questa ossessione non si cela un ideale estetico, ma un dolore nascosto, fatto di vuoti interiori, solitudine e silenzi. È una metamorfosi che consuma lentamente, invisibile agli occhi degli altri, e che si porta dentro cicatrici difficili da tradurre a parole.
“Se dimagrissi qualche chilo smaltirei anche il dolore che mi schiaccia?”
“Se perdessi peso e scomparissi qualcuno sentirebbe la mia mancanza?”.
Le fotografie raccontano questo corpo trasformato, fragile e resistente al tempo stesso, palcoscenico di battaglie intime e richieste di aiuto mai pronunciate.
La scelta della pellicola analogica in bianco e nero amplifica questa visione, immergendo lo spettatore in un paesaggio interiore fatto di buio e sospensione, specchio del tormento vissuto da chi soffre. In questo spazio di immagini e silenzi, il progetto vuole restituire dignità al dolore nascosto, rompere lo stigma, sensibilizzare sull’argomento e trasmettere empatia e comprensione: perché la metamorfosi non è soltanto malattia, ma anche possibilità di rinascita.