Fotografare il silenzio, dare forma al suono: il lavoro di Emanuela Capuano
Quali elementi della “grammatica” fotografica senti che appartengono anche al tuo modo di fare musica, e come questa sovrapposizione influenza concretamente il tuo metodo di lavoro?
Gli elementi della grammatica fotografica che sento più vicini sono la composizione e la scomposizione, il rapporto tra pieni e vuoti e l’uso del silenzio. Mi piace lavorare sui suoni, frammentarli e ricomporli, cercando nuove possibilità espressive. Allo stesso modo, il silenzio per me è un elemento fondamentale, perché può creare, attesa e lasciare spazio alle sensazioni di chi ascolta.
Il linguaggio artistico nasce da un’esigenza di espressione. Quali sono gli stati d’animo ed emozioni che riesci a fare emergere attraverso lo scatto fotografico, e quali invece si manifestano nella musica? C’è un punto dove i due linguaggi si incontrano per raccontare la stessa atmosfera?
Con la fotografia mi sento più impulsiva: non fotografo tutto ciò che vedo, ma quando qualcosa deve essere fotografato, in qualche modo lo sento. È un processo più istintivo, in cui mi affido a una sensazione senza doverla necessariamente analizzare. Con la musica, invece, sono molto più analitica. A volte mi sento una strega, con il compito di trasformare ciò che sento in qualcosa capace di trasmettere emozioni anche agli altri.
Credo che i due linguaggi si incontrino proprio nella capacità di creare un’atmosfera e dare forma a qualcosa di difficile da spiegare a parole. La fotografia cattura un’intuizione, un momento che in verità nella realtà non esiste più, mentre la musica mi permette trasformarla.
Nel tuo progetto Sottovoce definisci il suono come uno “spazio da abitare” e metti in discussione la necessità di una comunicazione immediata. Che tipo di reazione ti aspetti che possa avere il pubblico all’interno di un dialogo personale con la tua opera?
Mi piacerebbe che il fruitore riuscisse a immergersi nell’opera al punto da non sentire necessariamente il bisogno di comprenderne ogni sfumatura, ma da ricevere sensazioni forti e autentiche, tali da spingerlo a tornarci e a sentirsi parte di essa. Credo che non tutto debba essere compreso immediatamente e che, a volte, sia necessario fare un passo indietro per riuscire a vedere ciò in cui siamo immersi. Mi interessa lasciare spazio a un’esperienza personale, in cui ognuno possa trovare qualcosa di diverso, senza che l’opera debba necessariamente fornire una risposta univoca. Forse è proprio questo il bello: poter vivere qualcosa senza comprenderlo del tutto, lasciando che continui a lavorare dentro di noi anche dopo averne fatto esperienza.